Avevo sei anni la prima volta che ho guidato un’auto. O almeno la prima volta di cui mi ricordi. Conoscendo mio padre, potrebbe tranquillamente avermi tenuto sulle ginocchia e fatto giocare col volante della sua auto quand’ero ancora in fasce. Ma come faccio a saperlo? È impossibile ricordarsi di qualcosa che hai fatto quand’eri così piccolo, e non ho mai creduto a chi dice il contrario. Se davvero uno si ricordasse di quando ciucciava il latte dalla mamma, ne avesse un’immagine chiara stampata nella mente, dubito che riuscirebbe a prendere in bocca la tetta di una bella fica. Non col giusto stato d’animo. Si sentirebbe un fottuto depravato. Io la vedo così. Perciò diciamo pure che ho guidato un’auto per la prima volta a sei anni, che quello che non puoi ricordare conta meno di niente.
Di quella volta, invece, mi ricordo benissimo. Mancavano tre settimane all’apertura delle scuole. Io dovevo andare in prima elementare e a mio padre non piaceva l’idea che imparassi a leggere e scrivere prima che a guidare. Così mi fece montare in macchina e mi portò in campagna.
Allora non ci voleva molto a trovare un po’ di campagna, prendevi una strada qualsiasi e in capo a dieci minuti ti ritrovavi in mezzo ai campi. La periferia era tutto un insieme di campi incolti, strade in terra battuta e casette abusive.
Trovata una stradina deserta, mio padre mi cedette il volante. Ovviamente mi teneva in braccio e le marce le ingranava lui. Non c’era verso che a quell’età raggiungessi i pedali con le mie gambe da ranocchio. Avevo comunque il mio daffare anche solo a cercare di tenere l’auto in carreggiata.
Mio padre aveva una FIAT 128 Rally, una signora auto equipaggiata con un motore potenziato a 67 CV, un gioiellino come non ne fabbricano più su a Torino. Per me era come portare un transatlantico. Anche stando in braccio a mio padre, con lo sguardo andavo poco oltre il cruscotto. Stavo aggrappato al volante con le braccia rigide e tese e ogni mio piccolo movimento proiettava l’auto in una direzione diversa. E non era mai quella che avevo in mente io.
Zigzagavo di qua e di là, tra un fossato sulla destra e una sterpaia sulla sinistra. Oddio, pericoli non ne correvo, mio padre era pronto a frenare in qualsiasi momento, ma la cosa era comunque frustrante. C’era una bambina di tre anni che mi fissava dal cortile di casa sua. Non rideva, grazie a Dio, ma sentivo il suo sguardo perforarmi la tempia mentre se ne stava lì impalata, in piedi sulla sua altalena arrugginita, a cercare di capire cosa cavolo stessi facendo. Mio padre invece, se la rideva eccome, ma mi lasciava fare. Riuscire a domare quel bestione era diventato un punto d’onore per me.
Ce la feci dopo 20 minuti di lotte col volante. Riuscii a portare l’auto al centro della carreggiata e a farla filare dritta. Dritta come un fuso, come dicono gli scrittori. Mio padre non disse niente, ma prima di farmi tornare al posto del passeggero mi posò una mano in testa e mi scompigliò tutti i capelli. È il gesto più affettuoso che mi abbia mai rivolto. Fu uno dei giorni più belli della mia vita. Non il più bello.

Più tardi, quando crebbi abbastanza da schiacciare frizione e freno per conto mio, imparai anche il resto. All’età di 12 anni mio padre mi lasciava usare l’auto per andare a fare piccole commissioni dietro casa. Due, tre vie al massimo, non di più, ma io mi godevo ogni singolo metro. A 14 anni avevo il permesso di fare i giri di prova con le auto dei clienti, giù all’officina. A 17 anni decisi di allargare i miei orizzonti.
Il mondo era pieno d’auto che mi sarebbe piaciuto guidare e non potevo certo aspettare che passassero tutte per l’officina di mio padre. Di acquistarle non se ne parlava nemmeno, quelle a cui miravo non me le sarei potute permettere neanche se avessi messo da parte soldi per un secolo filato.
Così optai per metodi alternativi.
So cosa stai pensando, conosco quello sguardo. Personalmente, non mi sono mai considerato un ladro d’auto, anche se pensavo che H. B. Halicki in Rollercar fosse un tipo proprio giusto. Le auto che prendevo, le usavo solo per farci un giretto. Una corsa su per la statale, un paio di testa a coda nella piazza del paese e poi le lasciavo da qualche parte. Certo, a qualcuna ho fuso il motore. Anzi, a più di qualcuna. E con una BMW 320 capottai alla grande. Alla fine era ridotta che sembrava una scultura moderna. Ma comunque lasciavo tutto lì, non le smontavo per rivendermi i pezzi, insomma. E come dicono oggi i ragazzini che scaricano da internet: se non c’è lucro, non c’è dolo, no?
Una volta m’è passata per le mani anche una Diablo. Era uno dei primi esemplari sul mercato, una Lamborghini Diablo con motore V12 da 5,7 litri con distribuzione a 4 valvole per cilindro e due alberi a camme in testa. Il proprietario era un turista pieno di soldi che aveva fatto il grave errore di lasciar parcheggiato quel gioiello incustodito per più di 5 minuti. Gli regalai una storia in più da raccontare una volta rientrato a casa e una lezione per il futuro.
Giù in paese la piazza era gremita. Ogni volta che facevo il mio spettacolino con l’auto di qualcuno, la gente si riuniva a vedere. Famiglie intere, con i bambini a carico. Un vero e proprio happening. Mancavano solo i tizi che vendevano il pop-corn e i programmini stampati. Non che ce ne fosse bisogno, dei programmini. Le voci giravano in fretta: “Oggi si fa un’Alfa 75 America”, “Questa volta tocca a una Porsche 911 Turbo”. Tutti sapevano tutto in anticipo. Gli ultimi a sapere erano sempre i fessi a cui avevo fregato l’auto. Gente di fuori, solitamente. E la pula, ovviamente.
La volta della Diablo, in piazza c’era il pienone. Quando arrivai m’accolsero con un boato. Ero gasatissimo. Giravo in tondo lasciando strati e strati di pneumatici sull’asfalto, mentre la gente fischiava e applaudiva.
Giuro, un tizio s’era portato perfino il fucile da casa e sparò un paio di colpi per aria.
Ero così su di giri che per poco non mi accorsi di quando arrivò la polizia. Feci giusto in tempo ad infilarmi in una serie di stradine così strette che fu un miracolo se non ci rimasi incastrato. Mi portai gli sbirri dietro fino a quando non raggiunsi la statale. Poi non ci fu più gara. Li vidi scomparire dallo specchietto retrovisore in meno di un minuto.
S’era fatto buio. Io filavo a 310 Km/h e intorno a me vedevo solo le scie dei fari delle auto che lasciavo dietro. Nessuno poteva starmi al fianco. Ero solo. Io e la strada. Era bellissimo. Era meglio che scopare. Era perfino meglio che fottere. E se non capisci la differenza tra scopare e fottere sei proprio il fighetto buono a nulla che ho sempre pensato.
Fu uno dei giorni più belli della mia vita. Non il più bello.

Quella con la Diablo fu anche la mia ultima esibizione. Due settimane dopo la mia ragazza mi confessò d’essere incinta.
Fine dei giochi. Era tempo di mettere la testa a partito, come si dice. Rilevai l’officina di mio padre e mi dedicai alle auto in maniera diversa …e legale.
I clienti non mancavano. In paese mi conoscevano tutti e nonostante il mio passato, o forse proprio in ragione di quello, si rivolgevano sempre a me quando avevano qualche problema con l’auto. Sapevano che non avrei mai fatto lo stupido con l’auto di un cliente e che le conoscevo meglio di chiunque altro.
Certo, la vita che mi si prospettava era decisamente meno eccitante di quella di prima, ma come ho detto, avevo una famiglia a cui badare. Lì per lì avevo pensato pure di mandare al diavolo la mia ragazza e non prendermi le mie responsabilità, ma mio padre, oltre alla passione per i motori, mi aveva lasciato anche un po’ di spina dorsale. Perciò strinsi i denti e feci quello che andava fatto.
I dubbi comunque svanirono quando nacque Debora. Quando la tenni in braccio la prima volta capii che avevo fatto la scelta giusta. Era una bambina bellissima. La cosa più bella che avessi mai fatto in tutta la mia vita.
Il giorno che nacque Deb. Fu quello il giorno più bello della mia vita.
Mia figlia era la cosa più importante che avessi. E tu me l’hai portata via.

Quando ti portò a casa la prima volta, non ci volevo credere. Che cavolo ci faceva mia figlia con un fighetto figlio di papà? Qualcosa in te doveva avercela trovata per forza, ma non ho mai capito cosa. Certo, non erano i soldi. Deb non era quel tipo di ragazza, l’ho cresciuta bene. Forse le facevi solo tenerezza, che è quello che provano le donne al posto della pena. Mi raccontò di come ti conobbe, di come ti aiutò quando quella scatoletta che chiami auto ti lasciò in panne sull’asse mediano. Per lei non era certo un problema, mi dava una mano in officina da quando aveva 11 anni. Le avevo insegnato tutto quello che so ed era diventata pure più brava di me. Con quelle mani raggiungeva punti del motore che io riuscivo a malapena a vedere.
La sua prima guida in braccio al papà la fece un anno prima di me. La mia piccolina aveva solo 5 anni ed ebbe ragione della mia Subaru in dieci minuti appena. Era fenomenale, Deb. Non c’entrava proprio niente con uno come te. Uno che non è nemmeno capace di pulirsi le candele da sè. Uno che magari crede che la doppia debraiata sia un esercizio di ginnastica artistica. Un inutile fighetto figlio di papà.
Guarda, non ne faccio neanche una questione sociale. Il fatto che tu abbia i soldi che ti escono dal culo, non implica affatto. È proprio la tua generazione che fa cagare. Ai miei tempi i figli di papà erano stronzi lo stesso, ma almeno avevano gusto. Giravano con auto per guidare le quali avrei dato un testicolo. La maggior parte di quegli idioti non se le meritava, ma se non altro rispettavo la loro ambizione.
Oggi, invece, il massimo a cui aspirate è avere il telefonino più piccolo di quello dei vostri amici. Perché è più “stiloso”, o come cazzo dite voi. E immagino usiate lo stesso metro di giudizio per le auto. Altrimenti non mi spiego come uno che ha tanti soldi da potersi permettere qualsiasi cosa, se ne debba andare in giro con un barattolino che ha il nome di una caramella.
È proprio vero che i giovani d’oggi non hanno più valori, cazzo.
Il massimo del brivido lo provate dietro una consolle, sgommando al sicuro tra le mura di casa, protetti dalla consapevolezza d’avere comunque una vita di riserva. Eccitante quanto scopare con una bambola di plastica.
Merda, se solo Deb avesse capito in tempo quanto poco valessi. Se solo quella notte ci fosse stata lei al volante. Se solo foste stati su un’auto vera.

Bastardo. Me l’hai portata via. Me l’hai portata via perché sei un fighetto di merda, incapace di guidare anche quella barzelletta d’auto che ti sei scelto. Un idiota testa di cazzo che si mette al volante impasticcato e non ha nemmeno la decenza di morire lui, nell’incidente che ha causato.
Cristo, voi giovani d’oggi non siete nemmeno capaci di drogarvi. Pigliate pasticche come faceva mia nonna per la pressione. Che avete, paura degli aghi? O che il fumo vi appesti gli abiti firmati? Mia figlia è proprio morta per niente. Perché è questo che vali per me. Niente.
L’unica consolazione per me era pensare che saresti finito dentro, magari insieme a qualche ergastolano grasso e peloso che ti sfondasse il culo dalla mattina alla sera. Ma neanche questa soddisfazione m’hai voluto dare. Non so quanti soldi abbia cacciato tuo padre, quali ruote abbia unto per farti uscire pulito da questa storia. So solo che non è giusto.

E qui veniamo a noi. Al perché ti trovi qui, legato ad una sedia e con un pezzo di nastro isolante in bocca.
Vedi, c’è un’altra cosa che si faceva ai miei tempi, quando si era ragazzini, e che ora non usa più. Bada, non me ne vanto. Erano solo giochetti sadici che si facevano tra amici per dimostrare chi aveva le palle più grandi. C’era chi si divertiva con le lucertole e gli spilli e chi con i rospi e i petardi. Chi aveva più stomaco giocava coi gatti e la benzina. Come ho detto, nulla di cui andare fieri, ma sempre meglio che lanciare sassi contro cristiani da un cavalcavia., o farsi riprendere col telefonino mentre si piglia a calci un handicappato, o come cavolo li chiamano oggi. In fondo, si trattava solo di animali e ancora non andavano di moda quelle merdate alla Licia Colò.
Quello che però non immaginavo è che tutti quei pomeriggi passati a torturare animali, un giorno mi sarebbero tornati utili.
Già, non vedo l’ora di provare su di te tutti i vecchi giochetti. E me la voglio godere a lungo.
Ho corso tutta la vita ma, cazzo, stavolta voglio proprio prendermela comoda.



36 anni, vive a Cagliari. Con lo pseudonimo Massy, realizza strip umoristiche per la webzine Cartaigienicaweb e vignette satiriche per TvBlog, blog di informazione televisiva e per BipSatira, quotidiano satirico per telefonia mobile. Realizza anche sceneggiature a fumetti per Il professor Rantolo e gli altri E-Comics della Subaqueo Edizioni.
Ha un sito web dove raccoglie i suoi lavori.

5 commenti:

aaa ha detto...

Ciao Massimiliano,
dunque, ho stampato tutti e 32 i racconti e me li sono letti un pò ovunque... al lavoro, sul cesso, sul terrazzo, a letto, in piedi come un fesso nell'ingresso di casa... e devo dire che molti facevano cagare, qualcuno era originale e trascendeva le macchine e i motori (nel senso di corse automobilistiche) e pochi erano veramente degni di nota (oddio!!! nota mia personale ovviamente) ma solo uno ha colto la mia attenzione "fuori misura" e con questo intendo dire in senso positivo.
Complimenti, per me sei il numero 1 e ti becchi il mio voto.
Ciao ciao K. (lo stanco)

aaa ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
massy ha detto...

Beh... ma grassie, troppo buono :-)

L'indirizzo del mio sito eccolo qua:
www.nuvoland.it

P.S.: Giuro che aaa non è un nickname che mi sono inventato per farmi i complimenti da solo :D

aaa ha detto...

Figurati, è quello che penso.

Grazie per il link... ora vado a vedere.

Cambierò il nome così non ci saranno dubbi... una volta avevo un blog con google ma poi ho trasmigrato da un'altra parte e l'ho cancellato... e avevo scritto appunto aaa... chissà poi perchè?!?

la mail ce l'hai, io qui la cancello.

Ciao, a presto.

Ciao K. (the real real real one)

Ele ha detto...

devo dire che questo racconto è molto crudo, ma anche molto poetico, quanto meno enlla sua prima parte.. e certo non mi aspettavo un finale del genere!
complimenti!